Archeo – Maggio 2013

La rivista storica ” Archeo” pubblica nel Maggio 2013 un interessante articolo sull’affascinante storia degli Etruschi di Velzna. E’ con piacere che riportiamo di seguito l’articolo, tratto da www.archeo.it .

” Velzna Delenda Est una città tra Etruschi e Romani”

Autore: Giuseppe M. Della Fina, Enrico Pellegrini, Emanuele Ioppolo

Una mostra allestita in piú sedi offre l’occasione di viaggiare nella storia. Tema portante dell’itinerario, da roma al lago di bolsena,
è orvieto, il fiorente centro dell’etruria sopravvissuto e rinato all’indomani dell’annientamento decretato da Roma nel 264 a.C.

Una testa di Sileno proveniente entrambe da Orvieto, dall’area sacra nei pressi della chiesa<br /><br />
di S. Giovanni Evangelista.

Una testa di Sileno proveniente entrambe da Orvieto, dall’area sacra nei pressi della chiesa di S. Giovanni Evangelista.

Una storia avvincente fa da filo conduttore alla mostra «Da Orvieto a Bolsena: un percorso tra Etruschi e Romani». Una vicenda di cui conosciamo – pur con limiti e contraddizioni – numerosi particolari, narrati soprattutto da Zonara, un erudito vissuto alla corte dell’imperatore Alessio I Comneno e quindi a molti secoli di distanza dagli avvenimenti, ma che aveva la possibilità di consultare fonti greche e latine poi perdute.
Si tratta del racconto dell’ultima e disperata resistenza etrusca all’avanzata di Roma. Ne sono protagonisti gli abitanti della polis etrusca di Velzna (Orvieto) e quelli della città romana di Volsinii (Bolsena). Zonara ci informa che dopo una serie di sconfitte patite dagli Etruschi – tra le quali quelle maturate nei campi di Sentino (295 a.C.) e presso il lago Vadimone (283 a.C.) –, Velzna fu scossa da una rivolta servile, o meglio – secondo la ricostruzione proposta dallo storico di epoca bizantina – l’orgogliosa aristocrazia locale, provata dai ripetuti insuccessi, lasciò spazio alle rivendicazioni dei servi.
Essi progressivamente riuscirono a conseguire il diritto a guidare le spedizioni militari, a sposare le donne aristocratiche, a esercitare le magistrature fino ad assumere il potere e a usarlo con protervia prendendosi «la rivincita sugli oltraggi e i maltrattamenti che avevano un tempo subito».
Le famiglie aristocratiche – «gli antichi cittadini» – decisero allora di chiedere l’aiuto di Roma, che ormai controllava l’Etruria. Loro rappresentanti si recarono nell’Urbe presso la domus di un personaggio di spicco – di cui non viene fornito il nome – per convincerlo a chiedere, in Senato, un intervento militare in loro soccorso. Zonara definisce l’incontro «segreto e notturno». Ma – sempre Zonara – ci informa che nascosto non rimase, dato che nella casa si trovava un altro ospite di origine sannita che vi si era trattenuto per via delle cattive condizioni di salute. L’uomo ebbe modo di ascoltare quello che si tramava contro i nuovi capi di Velzna e decise di avvertirli del pericolo che correvano. Lasciò Roma e, invece di tornare verso il Sannio, raggiunse la città, dando l’allarme.

L’assedio
Cosí i componenti della delegazione che erano andati a chiedere l’intervento romano, al ritorno vennero individuati e arrestati. Sotto tortura confessarono e furono uccisi insieme agli altri congiurati. Il Senato di Roma decise comunque l’intervento militare e un corpo di spedizione, guidato dal console Quinto Fabio, si diresse verso Velzna. Un esercito etrusco gli andò incontro e, in un primo combattimento, ebbe la peggio. I superstiti si ritirarono all’interno della città, che si trovava su un pianoro facilmente difendibile, pronti a sostenere l’assedio. Durante un tentativo di assalto il console romano trovò la morte. Di nuovo fiduciosi gli assediati tentarono una sortita, che non dette i risultati sperati. L’assedio durò quindi a lungo sino a quando gli abitanti di Velzna, ridotti alla fame, furono costretti ad arrendersi. 
L’azione successiva – avallata sicuramente dal Senato – del console Fulvio Flacco, subentrato nel comando delle operazioni, fu di una durezza estrema: fece morire tra i tormenti i rivoltosi, saccheggiò e devastò la città e deportò in un altro luogo – sulle alture nei pressi del lago di Bolsena – «i cittadini nativi e i servi che erano rimasti fedeli ai padroni». Era il 264 a.C. 
Non si tratta di un episodio di storia locale, ma di un avvenimento inserito a pieno nelle dinamiche politiche e militari del tempo. Si deve ricordare, infatti, che nel 264 a.C. ebbe inizio la prima guerra punica e lo scontro tra Roma e Cartagine per il controllo del Mediterraneo. Ai piedi della rupe orvietana si trovava con ogni probabilità il Fanum Voltumnae, il santuario federale degli Etruschi, di cui le campagne di scavo dirette da Simonetta Stopponi stanno restituendo le strutture, e quindi le vicende di Velzna erano legate a quelle dell’intera Etruria. 
L’intervento romano estremamente duro e che trova pochi confronti almeno nella penisola italiana va spiegato con il desiderio di vendicare la morte del console Quinto Fabio, ma soprattutto con la volontà di terrorizzare le genti etrusche affinché non si rivoltassero mentre Roma era impegnata in un nuovo confronto decisivo per le sorti della sua politica espansionistica.

Nel nome il ricordo
Lungo il percorso espositivo, articolato in piú sedi (Roma, Orvieto, Bolsena, Grotte di Castro, San Lorenzo Nuovo, Castiglione in Teverina) si è cercato di narrare l’accadimento, ma anche di gettare uno sguardo sui secoli precedenti, che videro la formazione e l’affermazione di una polis di prima grandezza nel panorama etrusco, e verso quelli successivi, che portarono al superamento della gravissima crisi politica, economica e sociale e alla nascita di una prospera città capace di conservare la memoria del suo passato, al punto che, quando – crollati gli equilibri assicurati dall’impero romano – gli uomini e le donne del posto decisero di tornare al di sopra della rupe orvietana per essere piú protetti, chiamarono l’insediamento Urbs Vetus, la «città vecchia».
Spazio notevole è prestato anche all’illustrazione del territorio volsiniese, dotato di spiccati caratteri unitari già dal VII-VI secolo a.C., che dette un contribuito decisivo al benessere dei due centri, grazie alla sua feracità e alla sua centralità geopolitica. Un’attenzione che inoltre, da un lato, consente di comprendere la vivacità economica e culturale del distretto territoriale del lago già prima della fondazione della Volsinii romana e, dall’altro, di riconoscere una significativa presenza di età romana nelle zone piú prossime alla rupe con significativi interventi sia all’interno delle aree sacre, per esempio, in località Campo della Fiera, che nelle infrastrutture, e, in proposito, si può ricordare la costruzione di un porto alla confluenza del fiume Paglia nel Tevere.


LA NUOVA VOLSINI

L’archeologia continua a gettare nuova luce sulla storia della città fondata all’indomani del trasferimento coatto degli Etruschi di Velzna. Acquisizioni che sono uno dei capisaldi dell’attuale progetto espositivo

Incerte e poco conosciute restano le prime fasi di vita della nuova Volsinii, fondata nel 264 a.C. sugli scoscesi pendii che sovrastano le rive del lago di Bolsena in seguito al forzato e doloroso trasferimento della popolazione etrusca dall’acrocoro di Orvieto. 
Le indagini archeologiche dell’École Française de Rome (1946-1986) hanno evidenziato come sia stato necessario un lungo periodo di tempo, oltre un secolo, prima che il nuovo insediamento assumesse, favorito dall’apertura della via Cassia, una funzione di guida per l’intero comprensorio e si arricchisse dei grandi edifici pubblici che caratterizzavano le città romane, come le terme, e del centro propulsore dell’abitato, il Foro. Piú tardi, con l’inizio dell’età imperiale, Volsinii e le sponde del lago divennero ambite mete di villeggiatura per i ricchi cittadini di Roma, mentre personaggi locali raggiunsero le piú alte cariche dell’ordine senatoriale ed equestre, come Lucio Elio Seiano favorito dell’imperatore Tiberio, ma poi da questo fatto giustiziare nel 31 d.C.

Il nuovo foro
La realizzazione del forum di età flavia (70-80 d.C.) in località Poggio Moscini, situato nelle vicinanze del borgo medievale e dal 1985 area demaniale aperta al pubblico, comportò la demolizione delle strutture esistenti (portici e negozi) e la modifica della viabilità. L’area, con una superficie calcolata in 4450 mq circa, veniva delimitata a sud dall’imponente edificio della basilica civile con portico in granito rosa (nel IV secolo d.C., fu trasformata in chiesa cristiana), ed era in origine completamente lastricata. 
Al Foro si accedeva da ovest attraverso un passaggio pedonale costituito da un corridoio coperto terminante con una scalinata, che proveniva da un terrazzamento situato a quota inferiore, dove sono stati riportati alla luce e sono tuttora visitabili numerosi ambienti pertinenti a due domus.
Nel triclinium (sala da pranzo) della domus denominata «ad atrio» resta, tra l’altro, un pregevole pavimento in lastre di marmo colorato, mentre nella cosiddetta domus delle Pitture, due ambienti, dei quali i muri s’innalzano ancora intatti fino al soffitto, conservano importanti affreschi che riflettono modelli creati a Roma.
I pregevoli reperti rinvenuti nello scavo dell’École Française de Rome a Poggio Moscini costituiscono dal 1991 la Sezione «Volsinii Romana» del Museo Territoriale del lago di Bolsena ospitato nella Rocca Monaldeschi. In occasione della mostra altri importanti manufatti andranno ad arricchire, in modo permanente, il percorso espositivo; tra questi si segnalano alcune sculture in marmo, del tutto inedite, riportate all’aspetto originario dagli allievi dall’Accademia di Belle Arti «Lorenzo Da Viterbo», che hanno eseguito il restauro presso il Laboratorio di Diagnostica e Restauro della Società «Mastarna» di Montalto di Castro (VT).