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Visita

Oggi siamo stati onorati di ricevere la visita ai nostri siti archeologici del Professor Andreas Lippert, docente all’Università di Vienna.

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Curiosità di archivio di Silvio Verrucci

Curiosità d’archivio.

A volte càpita che durante il lavoro di ricerca archivistica appaiano, nel testo esaminato, note e notizie capaci di suscitare un momento di distrazione e di divertito interessamento. Riportiamo qui di seguito alcune di queste “ curiosità”

Dalla “ Descrittione di tutta Italia, et Isole pertinenti ad essa…..” di Leandro Alberti, frate domenicano( Bologna 1479- 1552) noto a quei tempi come teologo, filosofo e storico,veniamo a sapere gli antichi nomi dell’Italia e cioè:

Gianicola, da Giano, overo Noè, detto altrimenti Enotrio;

Enotria, per esser stato il primo che vi ritrovò il vino;

Camesena, da Camese ( o forse Cambise) 225 anni post universale diluvium;

Saturnia, da Saturno e dai Gentili detta Saleumbrona, prima che passasse Ercole in Italia;

Apennina, da Apino, ultimo re degli Dei in Italia;

Taurina e Vitullia per la leggenda dei buoi di Ercole;

Esperia, da Espero, fratello di Atlante;

Ausonia, da Ausono, città originaria di re Enotrio al tempo di Aralio settimo re degli Assiri;

Italia, da Italo, re di questi luoghi, il quale fu prima re di Arcadia.

Assai curioso il collegamento “ enologico” dei primigeni nomi dell’Italia e completamente fantasiose le collocazioni temporali del Diluvio, dei fatti e personaggi mitici citati

Sempre dall’Alberti e dallo storico orvietano Monaldo Monaldeschi ( Commentari historici) proviene l’interessante elenco dei popoli che in varie epoche e con varie vicissitudini hanno toccato l’italico suolo:

”….Italiam coluere Greci, Archades, Veneti, Lygures, Ardeates, Rutuli, Siculi, Pelasgi, Iapiges, Lacedaemones, Salentini, Pelii, Eniani, Achei, Oropitae, Pilii, Pisae et huiuscemodi..”, e poi Enotri, Aborigeni, Lidi, Aurunci, Ausoni, Troiani, Galli, Cartaginesi, Eruli, Goti, Ostrogoti, Ungari, Unni, Gepidi, Turingi, Avari, Longobardi, Saracini, Britoni, Cimbri e Germani.” Sembra che buona parte dei popoli antichi mirassero all’Italia come meta delle loro migrazioni….come continua a succedere ai nostri attualissimi tempi da parte di popoli questa volta africani e asiatici!!!

Narra Eusebio nella Historia Ecclesiastica, che mentre il popolo cristiano riunito in Roma si consultava circa la scelta di un nuovo papa ( essendo morto il papa Antero il 3 gennaio 236), si vide una colomba volteggiare nel cielo e poi  posarsi sulla testa di un contadino lì giunto per caso.

La scena richiamò alla fantasia popolare la discesa dello Spirito Santo e quindi il contadino, Fabiano, fu eletto papa.

E fu un buon papa, San Fabiano Papa, organizzatore della giovane chiesa cristiana: istituì lui infatti un gruppo di validi ministri, incaricati a trattare le varie questioni , affidando loro i poteri necessari e quindi “ incardinandoli” nelle Diaconie:  per questo poi furono chiamati “cardinali”.

Anno 306, 25 Luglio, Costantino Flavio Valerio diventa imperatore di Roma.

“ Costantino, colui che ogni cosa cambiar voleva, trasferì nella nuova Capitale gli abusi tutti dell’Antica.

Divise l’impero in quattro Prefetture, le Prefetture in diocesi e le diocesi in provincie. In ciascuna Prefettura pose un prefetto del pretorio, in ciascuna Diocesi un Vicario del Prefetto e in ciascuna Provincia un magistrato subordinato al Vicario della Diocesi. Poi due prefetti della Milizia – fanteria e cavalleria – più il Prefetto di Roma e di Costantinopoli, Generali, Duchi, Conti, ecc.

Si videro allora dei perfettissimi, degli egregi, de’ chiarissimi, degli spettabili, degl’illustri e dei nobilissimi. Non v’era quasi più nessuno a cui non si desse dell’eccellenza, della riverenza, della magnificenza, della grandezza, dell’eminenza, della sublimità  ecc.” ( Abate Millot, Venezia 1816)

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2 Gennaio, fu eletto papa Giovanni II, il  56° papa della storia, di nome Mercurio di Proietto, romano, a 63 anni di età. Fu il primo papa a cambiare nome dopo l’elezione. Influì il chiamarsi come la divinità pagana Mercurio, apparso disdicevole per un sommo pontefice cristiano.

Anno 1281, racconta lo storico M. Monaldeschi:

”in questo tempo, mentre il Papa  Martino IV (quello citato da Dante come grande estimatore delle anguille del lago di Bolsena) con la Corte stava in Orvieto; fu portato un pesce grande di effigie di Leone, che fu preso alla riva del mare verso Monte Alto, non più vedutone simile: e nell’esser preso, mandò fora voce horribile; il che fu riputato cosa mostruosa, e prodigiosa.”

Il cronista non fornisce ulteriori informazioni se il mostro, data la passione gastronomica per il pescato da parte del pontefice, prese la improbabile  via delle cucine papali:

Anno 1317.   In vista della discesa in Italia di Ludovico il Bavaro,la terra di S.Lorenzo mette a disposizione dell’esercito orvietano 25 uomini, le Grotte 60, Bolsena 100, Acquapendente 100.

Furono mobilitati anche, per le molteplici incombenze necessarie per il mantenimento quotidiano delle migliaia di soldati  “…Notarii di Collegio numero 50. Mercanti di cambio co’l sigillo numero 104. Calzolari 86. Orefici 25. Macellari 56. Fabbri di ferro 34. Pescaroli( pescatori) 21. Sartori 54. Tavernari 52. Fabri lignarii 48. Pizzicaroli 22. Procaccianti 25. Mugnai 36. Canapaioli 53. Oliai, e Salari 26. Fornari 17. Barbieri 15. Albergatori di tavola con insegne 40. Rosticcieri 8. Guattari( sguatteri?) 10. Vittovarii 20.” (mm78)

Anno 1335.    Ermanno Monaldeschi della Cervara, “.. essendo allora Principe di Orvieto, cedette alli Perugini le ragioni, che haveva sopra Chiusci ( Chiusi): e essi contesero gran tempo colli Senesi, come è detto: e fin’hoggi si vede una Torre fatta dalli Senesi in mezo all’acque delle Chiane, chiamata “ Beccati questo”; e li Perugini subito all’incontro di quella fuora dell’acqua edificarono un’altra Torre, che la chiamarono “ Beccati quest’altra “: e così la Città e Palude restarono in dominio de Senesi, come s’è detto.”

Oltre alla guerra non mancarono mai… gli sfottimenti!

Anno1391, pace fra le fazioni orvietane Muffati e Melcorini

“ ….e per essere difficile il restituire li dominii, e la roba uno all’altro, né meno satisfare li danni; la pace fu conclusa con questo modo, che chi aveva, tenesse, e possedesse, con questo dire: Chi s’ha, s’habbi. Onde ne nacque proverbio che fin’oggi si dice; la pace di Orvieto, Chi s’ha, s’habbi.Mm122

 Anno 1398.   “  Baiazetto signor de Turchi, che havea fatto tanto acquisto et ingrandito suo imperio, tal che era da tutto il mondo temuto, venne a fatto d’arme con il gran Tamburlano, nel quale fu rotto e fatto prigione, e posto in una Gabbia di ferro, fu portato per l’Asia con suo gran vituperio servendo per scabello de piedi del suo vincitore: Onde si puote conoscere, ch’ogni humana potenza puote venire in infima bassezza, et miseria…”Mm122

9 aprile 1628

Dal Liber Reformationum et Consiliorum della Terra di S.Lorenzo, Segretario Bartolomeo Placidi:

  1. Le porte della Scuola non si possono chiudere perché non vi è chiave e le tavole debbono essere accomodate.
  1. La Cammera di sopra del Sig.Commissario si intonichi acciò vi possa dormire senza le Sorche.

 

San Lorenzo Nuovo, 20/10/2017

Silvio Verrucci (Fonti: La Loggetta)

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IL GRUPPO ARCHEOLOGICO TURAN VI AUGURA BUONA PASQUA!!!

GITA A CHIUSI

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Tempio di Monte Landro da piccolo tempio a tempio di interesse nazionale.

 

Il culto di Ercole legato all’acqua e il perchè edificato nel punto piu’ alto della catena dei monti Volsini.

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Dal punto di vista figurativo l’Ercole italico non si differenzia molto dal prototipo greco. In ambito etrusco Hercle è collegato spesso a divinità come Turan, Menerva e Uni (Afrotide, Atena ed Hera) delle quali può diventare amante o marito (soprattutto in incisioni su specchi). Con Uni può combattere, apparire unito a lei, succhiare dal suo petto (secondo la tradizione che voleva il piccolo Eracle allattato proprio dalla dea). In numerosi bronzi di provenienza sannitica ricorre con gli attributi caratteristici della clava e della pelle di leone, ma a volte anche vestito di corazza. Delle sue imprese si trovano rappresentate tanto quelle del dodekatlos (dodici fatiche di Ercole) come altre del tutto diverse, quali l’ avventura di Esione e quella di Alcesti, raramente la leggenda di Caco. La lotta con il leone Nemeo compare molto spesso sia in raffigurazioni sia monetali che fittili.
Inoltre cosa significa Landro? Da una mia ipotesi potrebbe essere La/leos andro/andros leosandros, cioè uomo leone, poi trasformatosi nei secoli in Landro, il perchè in altezza consultare LA ROSETTA A COMPASSO.
Consultare archeologia viva n. 58 luglio agosto 1996 pp. 34 41 di Attilio Mastrocinque. Il grande tempio di Sulmona dedicato a Ercole.

Fabio Goretti

 

GLI DEI DELL’ETRURIA

 

Gli Etruschi dividevano lo spazio celeste in quattro parti incrociando due rette immaginarie orientate secondo i punti cardinali e perpendicolari tra loro. Marziano Capella scrive che ognuno degli spazi così delimitati era suddiviso in quattro settori, sede ciascuno di una divinità. In questo modo, il cielo risultava diviso tra sedici numi: quattro dèi celesti nel settore nord-est, altrettanti inferi in quello a nord-ovest; nella parte a sud avevano sede otto divinità della natura e terrestri. L’oriente, il punto cardinale presso cui sorge il sole e dunque luogo della nascita della vita, veniva considerato favorevole, mentre l’occidente, presso cui tramonta l’astro solare, era ritenuto sfavorevole. La fonte principale che possediamo sulla rituale suddivisione dello spazio fra le varie divinità è il fegato di Piacenza, un modello in bronzo del fegato ovino sul quale sono iscritti i nomi degli dei etruschi, ciascuno entro una casella disegnata sulla superficie dell’organo. Ogni casella corrisponde alla sede occupata dal dio nello spazio: una eventuale anomalia e la conformazione stessa del fegato dell’animale sacrificato consentivano al sacerdote di interpretare il volere di

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LA GABELLA DEL PASSO di Silvio Verrucci

Nel quindicesimo secolo la strada consolare Cassia attraversava l’antica Terra di S.Lorenzo, ubicata a 75 miglia a nord di Roma. Dopo aver oltrepassato il Fiume della Vena sul ponte tuttora esistente, chiamato allora Ponte di Porta Pusterla o Ponte dell’Ospedale, la “Via Romana “ si inoltrava tra le Mura Castellane, a sinistra, e le numerose costruzioni che costituivano il Borgo fuori le mura, a destra, e, con una ampia curva, superava Porta di Sopra continuando a salire in direzione di Acquapendente.
Il Borgo incominciava ,appena passato il ponte, con la chiesa e i locali dell’Ospedale di S.Antonio, siti nella breve pianura di fronte alla porta Pusterla, per poi proseguire con una serie di costruzioni che comprendevano magazzini, cantine o cellari, stalle e fienili per il cambio dei cavalli di posta, osterie, abitazioni private, e, in fondo, a duecento metri da Porta di Sopra, la chiesetta rurale dell’Annunziata.
Di tutte queste costruzioni rimangono ad oggi alcune tracce lungo la proprietà di Zucca Arduino.
Le osterie, in numero variabile nel corso degli anni, da 1 a 5, avevano nomi di fantasia come Hostaria del Leone, del Sole, della Corona, del Gallo, di S.Marco, di S.Antonio, dei Tre Gigli, de Le Due Spade, ecc..
La strada costituiva da secoli un importantissimo mezzo di collegamento, frequentato da ogni sorta di viaggiatori che andavano e venivano per i loro affari e la Comunità – pur sopportando le corvée delle manutenzioni occorrenti – era ben contenta di ospitare nel proprio territorio una arteria così comoda, e anche diciamolo pure….redditizia. C’era infatti la Gabella del Passo!
Le persone singole e le diligenze a cavalli di pubblico servizio potevano passare senza molestie, ma nessuna merce era esente dal pagamento della tassa che l’occhiuto esattore immancabilmente applicava in esecuzione delle norme emanate dal Consiglio Comunale.
Infatti, secondo la legge dello Stato Pontificio, era consentito ai comuni di stabilire o meno una tassa di passaggio per le merci in transito nei rispettivi territori. E i Comuni, non tutti e non per tutte le merci, esercitavano questa opportunità.
La Terra o il Comune che non aveva proprio personale da destinare alla riscossione dell’imposta, si serviva di un appaltatore, il quale aveva piena autonomia su come esercitare la Gabella. A S.Lorenzo l’amministrazione comunale, con un apposito Bando annuale “ a candela vergine” appaltava la riscossione di questa tassa al migliore offerente. L’appaltatore o Gabelliere organizzava la sorveglianza sul transito delle merci, applicava la tassa e riscuoteva gli importi ansioso di rientrare prima di tutto nelle spese per la concessione della Gabella. Punto importante delle norme era l’applicazione della pena prevista per gli evasori e per quelli trovati “ in frodo “ cioè nel tentativo di evadere la tassa. In occasione della Fiera di S.Giovanni, il 24- 25 – 26 di giugno di ogni anno veniva disposto il libero transito e commercio di tutti i prodotti venduti e comprati. E vediamo le norme stabilite con gli importi, in bajocchi romani, a fianco segnati:

É con immensa tristezza che comunichiamo la prematura scomparsa del Dottor Enrico Pellegrini, soprintendente per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale, ma soprattutto GRANDE AMICO del nostro gruppo. Ci stringiamo al dolore della famiglia.

CIAO ENRICO!!!!

La via di Pio VI

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Il 22 febbraio del 1798 un fermento straordinario animava l’intera Comunità di S.Lorenzo Nuovo. Arrivava il Papa! Nessuno mai avrebbe potuto immaginare che un Pontefice sarebbe stato ospite in una casa del paese, ma, in quei tempi di eventi eccezionali l’inimmaginabile stava per verificarsi.
Una pattuglia di cavalieri francesi era arrivata in primo pomeriggio recando ordini per i Priori della Comunità: reperire un alloggio per la notte a Pio VI e al suo piccolo seguito in transito sulla Cassia verso Siena.
Tutti erano a conoscenza che per lo Stato Pontificio correvano brutti tempi; che un corpo di spedizione francese al comando del generale Berthier aveva invaso lo Stato della Chiesa e occupato Roma; ma chi poteva mai pensare che fosse fatto un oltraggio tanto grande alla persona dell’ottantenne Pontefice trascinandolo in pieno inverno verso ignota destinazione? C’era da rimanere sgomenti e tali restarono autorità, clero e tutti i paesani tra i quali la notizia si diffuse fulmineamente.
A questo punto, per comprendere meglio la situazione, è bene narrare brevemente gli antefatti.
Allo scoppio della rivoluzione francese, il papa Pio VI- Giannangelo Braschi- si trovò ad affrontare un gravissimo scontro ideologico e politico con i rivoluzionari dell’Assemblea Costituente di Parigi: totale era infatti il disaccordo del Pontefice sulle teorie religiose dell’”Essere Supremo, il Culto della Ragione e sugli atti politici eseguiti in campo sociale quali la soppressione delle decime a favore del Clero, la requisizione dei beni ecclesiastici, fino ad arrivare al provvedimento finale sulla Costituzione civile del Clero che assoggettava la Chiesa francese alla autorità rivoluzionaria dello Stato.
Pio VI, il 13 aprile 1791, con il Breve “ Cum populi” , dopo lunga esitazione, respinse tale provvedimento come eretico e sospese tutti i sacerdoti che nel frattempo avevano giurato obbedienza alle autorità civili. Per rappresaglia, lo Stato francese si impadronì dei feudi pontifici di Avignone e Venassimo, furono interrotti i rapporti diplomatici, si arrivò pure a bruciare l’effige del Pontefice durante una dimostrazione di protesta antipapale al Palais Royal (3 maggio 1791).
Il Nunzio pontificio abbandonò Parigi in tutta fretta.
Poi furono perseguitati i preti fedeli al Papa, abolite le Congregazioni religiose, massacrati infine mediante ghigliottina,nel gennaio 1792 a Parigi, circa 1.400 appartenenti al clero, detenuti alla Santè.
Seguirono le campagne militari in Italia, l’occupazione delle legazioni pontificie di Bologna, Ferrara e del Porto di Ancona, le depredazioni di opere d’arte, i continui tentativi di destabilizzare il potere temporale del Papa, con invio a Roma di emissari quali Ugo Basville e Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone.
Si arrivò così alla fatale notte romana del 28 Dicembre 1797.
Quella sera, a Trastevere, alcuni facinorosi capeggiati dallo scultore Seracchi e dal notaio Agretti- noti “ giacobini “- si riunirono per provocare tumulti contro il governo papale. Dal vicino palazzo Corsini scesero in strada Giuseppe Bonaparte, ambasciatore francese, Eugenio Beauharnais, e i generali francesi Arrighi e Carnet, nel tentativo di convincere gli scalmanati a disperdersi. Malauguratamente, in quel frangente sopraggiunse un reparto di fanteria pontificia e, nel parapiglia che ne seguì, un colpo di fucile raggiunse il generale Duphot, uccidendolo all’istante.
Il tragico incidente fu sfruttato immediatamente dal Direttorio di Parigi.
Il Gen.Berthier ricevette l’ordine di marciare su Roma, provocare l’allontanamento del Papa, instaurare un governo repubblicano. Il 10 febbraio 1798, proveniente da Ancona al comando di 10.000 uomini, si accampò a Monte Mario ed intimò al Governo Pontificio di :
consegnare Castel Santangelo; pagare entro un mese l’enorme somma di 4.000.000 di scudi; fornire 3.000 cavalli entro tre giorni, consegnare libri, manoscritti ed opere d’arte a scelta del richiedente; licenziare l’esercito; disarmare la popolazione; consegnare in ostaggio alcuni membri del governo; erigere monumenti riparatori nei luoghi dove erano stati uccisi Basville e Duphot; inviare una delegazione di scusa al Direttorio.Contemporaneamente alcuni incaricati di Berthier cercarono segretamente l’appoggio popolare per simulare una sollevazione di Roma a favore di un regime democratico e, il 15 febbraio, protetti da un reparto francese al comando di Murat, circa 300 persone si riunirono e dichiararono in un atto rogato da tre notai, che il popolo romano, stanco dell’oppressione papale, rivendicava il diritto di governarsi secondo i princìpi di libertà, giustizia e uguaglianza.
Presentato questo atto al riconoscimento del Pontefice, Pio VI dichiarò di non poter rinunciare ad un potere che gli veniva da Dio e che, inoltre, alla sua età (80 anni) non poteva aver nulla da temere.
Il Vaticano fu allora occupato, il 18 febbraio il commissario francese Haller intimò al Pontefice di lasciare Roma entro 48 ore, mentre i cardinali del Sacro Collegio non osarono minimamente protestare, anzi, 14 di essi parteciparono al solenne Te Deum di ringraziamento organizzato per consacrare il nuovo governo.
Si arrivò così al 20 mattina, allorché il Papa fu caricato in una carrozza con alcuni famigliari e costretto a partire alla volta di Siena. Prima tappa Monterosi, seconda Viterbo, il terzo giorno tra le mura di Palazzo Licca di S.Lorenzo Nuovo.
Per i Laurentini Pio VI non era un papa qualsiasi, era il fondatore del paese nuovo, delle case che essi abitavano da circa diciotto anni in un luogo salubre dove non si moriva più di malaria, e quindi avevano fondati motivi di gratitudine e di affetto riconoscente per soffrire delle sue vicende . Ricordavano che proprio il 22 febbraio era la ricorrenza della solenne consacrazione del papa, eletto il 15 febbraio 1775. Quale contrasto tra la gloria di quel giorno in S.Pietro gremita di cardinali, vescovi, nobili e diplomatici e l’avvilimento odierno in un paese agli estremi confini del Lazio, prigioniero di soldati stranieri ed esposto alla commiserazione, sia pure affettuosa, di poveri contadini stupefatti !
Fin dal primo pomeriggio la piazza, la bella piazza ottagonale progettata dall’architetto Francesco Navona e realizzata dal sovrintendente Filippo Prada, si cominciò a riempire di tutti i 560 abitanti di S.Lorenzo e di molti forestieri messi in qualche modo al corrente dell’evento.
Verso sera, preceduta e seguita dalla scorta dei dragoni francesi, che destarono qualche timore tra i presenti, apparve la carrozza del Papa il quale fu immediatamente fatto entrare nel portone del palazzotto destinato al suo ricovero per la notte. Niente solennità e ufficialità, solo sporadiche e brevi acclamazioni, lacrime di commozione e anche sentimenti di sdegno verso quei francesi sprezzanti e ignari del sentimento che legava questa popolazione a Pio VI.
Il buio ed il freddo della sera convinsero gran parte degli intervenuti a ritornare alle proprie abitazioni.
La mattina successiva, il Papa, dopo aver celebrato la messa nella cappellina del palazzo, riprese il suo faticoso viaggio verso Siena dove restò, nel convento degli Agostiniani, fino al 10 aprile 1799.
Fu quindi trasferito alla Certosa di S.Cassiano presso Firenze e poi il Direttorio, timoroso delle simpatie della popolazione verso il Pontefice, ordinò che fosse trasferito in Francia.
Dopo un estenuante viaggio, con brevi soggiorni a Parma, Torino, Briancon, arrivò a Valence-Drome, a nord di Avignone, e fu dichiarato prigioniero di stato.
Qui, consumato dai patimenti fisici e morali, morì il 29 agosto 1799. Fu sepolto nel cimitero di Valence in una cassa destinata ai poveri con su scritto “ Cittadino Giannangelo Braschi, in arte Papa” Fu l’unico Papa del XVIII secolo a morire in esilio. Nel 1802, Napoleone concesse di riportare a Roma la sua salma, tumulata con tutti gli onori nelle Grotte Vaticane.
Nel 1822 il Canova scolpì ed istallò nell’altare della confessione della basilica di S. Pietro il famosissimo monumento a Pio VI orante.
Il ricordo della visita di questo Papa rimase così vivo tra la popolazione che, in occasione del 150 ° anno della fondazione del paese, fu apposta una lapide commemorativa sulla facciata del palazzo
dove egli trascorse la terza notte della sua lunghissima ultima via.

Silvio Verrucci

(da “La Loggetta”, anno XII, n°3/4.)

Storie del popolo delle due terre

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Storie del popolo delle due terre

di Silvio Verrucci

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Iniziamo oggi una rubrica in cui il Dott. Silvio Verrucci ci racconterà la storia del nostro territorio attraverso le varie epoche. Non perdete il prossimo appuntamento!