Indagine etimologica sull’antroponimo Lars Porsenna

Indagine etimologica sull’ antroponimo Lars Porsenna (Appunti)

Autore: Zoltàn Ludwig Kruse ed in collaborazione il Gruppo archeologico Turan

 

Per iniziare l’indagine etimologica del nome Lars e varianti appare sensato considerare prima di tutto le nozioni di “alloro”, in latino laurus, e “quadriga”. A proposito Wikipedia offre le seguenti informazioni:

“Alloro/Laurus”

Nella mitologia greco-romana l’alloro era una pianta sacra e simboleggiava la sapienza e la gloria: una corona di alloro cingeva la fronte dei vincitori nei Giochi pitici o Delfici e costituiva il massimo onore per un poeta che diveniva un poeta laureato. Da qui l’accezione figurativa di simbolo della vittoria, della fama, del trionfo e dell’onore. Inoltre questa pianta era sacra ad Apollo poiché Dafne, la ninfa di cui il dio si invaghì, chiese che fosse eliminata la causa dell’invaghimento di Apollo nei suoi confronti, e dunque le fu tolto l’aspetto umano venendo trasformata in Alloro. Apollo a quel punto mise la pianta di Alloro nel suo giardino e giurò di portarne sul suo capo in forma di corone per sempre, e disse che allo stesso modo facessero i Romani durante le sfilate in Campidoglio. Sarebbe stato proprio Apollo, infatti, a rendere questo albero sempreverde.

“Quadriga”

“La quadriga è un cocchio (o carro veloce a due ruote) trainato da quattro cavalli, guidato in vari avvenimenti dall’auriga. La corsa delle quadrighe (indicata come téthrippon) era una delle gare dei giochi olimpici e più tardi si tennero corse di quadrighe nei circhi. È il carro in cui sono spesso raffigurati dei ed eroi nella Grecia antica e nell’antica Roma. Il primo che sembra abbia guidato una quadriga dorata in trionfo a Roma antica, fu secondo Floro, il quinto re, Tarquinio Prisco.

Il dio Apollo guida nel cielo una quadriga che rappresenta il carro del Sole.

La quadriga è più frequentemente rappresentata di profilo, mentre successivamente compaiono anche viste frontali. Soprattutto in epoca romana diventano un tradizionale simbolo del trionfo o della vittoria e della fama e come tale compare spesso nelle raffigurazioni imperiali, come ad esempio nei gruppi scultorei che venivano innalzati sopra gli archi trionfali. L’uso è proseguito anche negli archi di trionfo moderni.”

Quindi sia “quadriga”, trainata dalla “potenza” di quattro “cavalli”, che “alloro/laurus” nell’antichità sono manifestazioni simboliche del “trionfo, vincita, vittoria, gloria” e “onore”.Come si rinviene nella rappresentazione della “quadriga” sullo specchio bronzeo di Tuscania, la “corona di alloro” orna la testa dell’auriga che è nessun altro che Aplu (etr.)/ Apóllon (gr.)/ Apollo, dio di tutte le arti, della musica, della profezia il cui simbolo è il sole (nella tarda antichità greca esso venne anche identificato come dio del sole). Oltre ad Aplu, la “corona di alloro” orna le teste di tutti i vincitori e trionfatori. Ma la ragione delle loro vittorie, deelle loro vincite qual è, ci si potrebbe chiedere? Ovviamente è la loro “forza” e “potenza”, condizionate dal “cuore” che fa pulsare e circolare il “rosso sangue” dentro le loro “arterie” e “vene”.

Lars

Sciogliendo il gruppo consonantico /rs/, il nome Lars può essere vocalizzato in varie forme; per esempio: Laris, Larus, Loris, Lorus, Lauros, Laurus, Loeros, Lerős ecc… Ora, in modo interessante, quasi sbalorditivo in magyar/ungherese le parole e ero significano “cavallo” e “forza”, “potenza” (l-erő “potenza in cavalli”). Il sostantivo erő è sviluppato dalla parola-seme plurisemantica ér “vena, arteria, rigagnolo; tocca, giunge, matura, vale” (affine alla rosa di parole-seme ár “flusso, corrente, ecc.”, vér “sangue”, ver “pulsa, batte”, pír “rossore”, forr “bolle, ferve” ecc.); dal sostantivo erő è sviluppato l’aggettivo erős “forte, potente, vigoroso, energico, pieno di forza, robusto”. Erősd (-d/-ta è suffisso locativo, quindi il senso è “luogo/sito/località di Erős”) è il nome di una importante cultura dell’antica Europa del V mill. a C. situata in Transilvania nella terra dei Székely/Siculi (rum. Ariuşd). Nella cultura dei Kingir/Kangar/Šumeri la dea Ereš-ki-gal è la “Signora della grande Terra”, sovrana del regno infero/dei morti; prima sola, poi con lo sposo Nergal.

A proposito di Eros su Wikipedia si legge: ”Eros (Ἔρως) è, nella religione greca, il dio dell’amore fisico e del desiderio. Nella cultura greca ἔρως (ὁ) (eros (ho), l’amore) è ciò che fa muovere verso qualcosa, un principio divino che spinge verso la bellezza. In ambito greco, quindi, non vi era una precisa distinzione tra “la passione d’amore e il dio che la simboleggiava”. La prima apparizione della nozione di Eros è nelle opere attribuite ad Omero. In tale contesto Eros non viene personificato, quanto piuttosto come principio divino corrisponde all’irrefrenabile desiderio fisico come quello vissuto da Paride nei confronti di Elena.

Mentre in greco e latino Eros risulta il bel nome del dio dell’amore che rimane senza sostegno semantico dai rispettivi lessici, in magyar/ungherese il processo di sviluppo semantico del nome Eros lo si può facilmente ripercorrere: ér, ár > er-ő > er-ő-s. È comprensibile? Cioè la “forza” erő del “vincitore, trionfatore” è condizionata da “vena, arteria” ér in cui fluisce e “pulsa” ver il “corrente” ár di “rosso sangue” piros/vörös vér. Torna, non è vero?

Alcuni sviluppi significanti di ér “vena arteria ecc,” sono: eres (terreno/suolo, corpo) “venoso”, erez “vena(re)”, erezet “venatura”, erezett “venato”, “intriso di vene”, érez “sente”, ér ez “vale/giunge questo”, érés “manutenzione”.

Si chiama quindi per buona ragione Eros quella “potente forza” erős erő di attrazione sessuale, che “vale” ér così tanto, ovvero quel “irrefrenabile desiderio d’amore” che sperimentano tutti gli esseri umani e che nessun umano potrà mai ignorare “sviluppi di Eros: erotico, erotismo, erotizzare).

Erős e Kemény

In magyar i due aggettivi erős “forte, potente, vigoroso, energico, pieno di forza, robusto” e kemény “duro/risoluto/tenace/severo/caparbio”, come emerge, esprimono significanti affini; ciò vuol dire che in certe circostanze erős e kemény sono intercambiabili. Considerato da questa prospettiva semantica i due nomi Lars/Laris/Lauris/Lauros/Laurus magy. Lau-/Lóerős e Lauxume/Lauxumn/Lucumon magy. Lau/Lòkemény risultano sinonimi in quanto significanti “forte/potente/vigoroso di/su cavallo” rispettivamente “duro/risoluto/severo di/su cavallo”.

 

Il “cavallo” in magyar è chiamato con la concisa parola-seme , dialett. e/o lau (di cui gli sviluppi: lovag “cavaliere, lovas “a cavallo, cavalcante, cavaliere”, lovagi “cavalleresco”, lovagol “cavalca(re)”, lovaglás “cavalcata”, lovasság “cavalleria”, lovárda “scuola di equitazione”, lóápoló “allevatore, curatore/-trice di cavalli”), che in mansi corrisponde a low, luw, in khanty a loy, law, in turcico a ulay, in russo a lóshadj; inoltre ricorre anche in altre lingue caucasiche. Kemény “duro/risoluto/tenace/severo/caparbio” è sostenuto semanticamente da magy. “pietra”, ma anche da hím “maschio”, mansi Kom, kum, χum “uomo, lat. homo”. Offrono appoggio anche le voci: russo kámenj e finnico kivi significanti “pietra”; kivi kova in finnico rende “duro come la pietra”.

A questo punto vale la pena di spendete qualche parola pure sulla ragione storica chiamata Luristan/Lorestan, terra dell’etnia Lur, tra l’attuale Iraq e la Parside nell’attuale Iran, al centro dei monti Zagros. Si ritiene che i Luri, famosi allevatori di cavalli, siano originari delle vaste steppe dell’Asia meridionale, nella odierna Russia (“Storia delle prime culture del mondo” DuMont, 1975). Difatti i bronzi più frequenti di Luristan/Lorestan sono morsi, imboccature, guarnizioni di carro da guerra e finimenti da cavallo. Si tratta delle prime testimonianze della cosiddetta “arte della steppa” (1100 – 750 a.C.) che più tardi contraddistingue la grande famiglia dei popoli Sciiti. Com’è noto, la voce “cavallo” in italiano proviene da mediolatino “caballus”. Ma, in maniera particolare, “caballus” (spa. caballo) rivela la composizione caba-lu/lo, due lessemi che nelle forme gebe e lo/lù/lau in magyar/ungherese significano “ronzino” rispettivamente “cavallo” (mlat. roncinus, prov. rocin, spa. rocìn, fr. roncin, ingl. rouncey/rouncy/rounsey, ted. Gaul, Klepper) ovvero “cavallo di montagna” utilizzato spesso come cavallo da soma, da trazione o anche, fatto interessante questo, nelle battaglie. Quindi, da questa prospettiva/angolatura semantica, il senso di “caballus/caballo” corrisponde a magyar gebe-ló “cavallo ronzino”.

Adesso rivolgiamo la nostra attenzione al termine etrusco lupu, la cui base e lu che abitualmente viene tradotto con “sepolto con onori”. Si potrebbe pensare che in questa formula la parola accentuata fosse “sepolto”. Tuttavia, essendo lupu etr. evidentemente connesso al titolo ló-fő (f. arc. lu-fu), letteralmente “testa di cavallo”, (šum. EN.SI/PA.TE.SI per abbrev. PA, L. s. no. 295, “capo, governatore”, PA “sorvegliante”, identico a magyar “capo principale”, fej “ testa a capo”), usato dai siculi di Transilvania per designare il “nobile” székely/siculo “cavaliere-principale/capo”, che, ovviamente, godeva di grande “onore”, la parola accentuata risulta essere: ”onore/i”. Il quadro semantico viene completato dal teonimo Aplu che costituisce praticamente una forma permutata, anagrammata di lupu/lupa.

Un’altra interessante relazione esiste tra Aplu anatolico hatti-ittita, dio della malattia e della guarigione , e il lessema magyar/ungherese ápol, significante, per coincidenza, “accudisce, cura(re)”, con gli sviluppi ápoló “infermiere/a”, ápolás “cura, assistenza” ecc.. Ápol è sviluppato dalla parole-seme ép “salvo, sano, integro, illeso”, (svi. épul “edificare, erigere; edificarsi, elevarsi; guarire”) sostenuta dalla rosa di parole-seme òv ”pretegge(re)”, eb “cane”, öv “cintura”, ív “arco”, év ”anno”, beninteso, in corrispondenza a kingir/sumero ib, ip, eb, ep “dea; interiore; una cintura” (L., D., s. no.535)

Affini a magy. erő, erős si rilevano in alcune lingue quelle parole che designano “l’uro”, lat. urus, ted. Ur/Auerochse, alb. urus ecc.. Si tratta dell’arcaico bovino selvatico, simbolo di grande  “forza” e “potenza”, estinto ormai da molto tempo. L’uro fu un importante animale di caccia nel paleolitico. In questo contesto sono interessanti anche i termini latini Lar, Laris, pl. Lares, in italiano “Lar”, “Lari” che sono conosciuti come spiriti “protettori” (cfr. aeg. iri “guardiano”, mafy. őr ”guardiano”, ùr ”signore, sovrano”) della casa, dei suoi abitanti, dei loro beni e delle loro attività in generale.

Wikipedia: Lari (dal latino lar(es), “focolare”, derivato dall’etrusco lar, “padre”) sono figure della mitologia romana che rappresentano gli spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale. In origine i Lari erano probabilmente legati alla difesa dei confini e dei passaggi e per questo erano venerati anche come protettori dei campi e dei crocicchi. Furono identificati con i Lari anche Romolo e Remo.

Porsenna

Wikipedia: Anche l’epigrafia sembrerebbe suggerire un rapporto tra Porsenna e Volsinii. È stato infatti evidenziato da Giovanni Colonna che il nomen del re, ricostruibile come Pursenas o Purzenas, è un nome finora non attestato e che solo a Volsinii riscontriamo in età arcaica il nome proprio di persona Purze dal quale esso è stato derivato, con l’intervento del suffisso aggettivale –na, normale formatore di patronimici.

Purѳ

Per quanto riguarda la seconda parte del nome Lars Porsenna, la  base sembra essere veramente il nome proprio di persona Purze che in età antica si riscontra solo a Volsinii. Da Purze sono derivate quindi le forme Porsenna, Pursenas, Purzenas. Ovviamente Purze è affine alla voce etrusca purѳ/purth, che risale alla parola-seme kingir/šumera BAL (Labat, Deimel s. no. 9) significante “insegna regale”, “scure, accetta, ascia” (BAL > pur-ѳ). La “scure” BAL, etr. purѳ, magy., tur., mong. balta, uig. baltu, ciuv. purtè, ted. Beil ecc. è un arnese, un’arma e un simbolo molto antico, presente ovunque dall’ epipaleolitico, cioè da circa 11 mila anni, più o meno dall’epoca in cui furono eretti i santuari megalitici di Göbekli Tepe costituiti da pietre/pilastri a T. Ebbene, le prime ”scuri” nella storia avevano la “testa” fő/fej di selce a T legata ad un manico di legno. In stretta connessione verbale e simbolica alla “scure” BAL si trova il “fulmine”, la “folgore” BIL. Quindi il nome Purze, Purzenas, Porsenna è associato sia a BAL “ascia, accetta, scure” (etr. purtѳ(e), magy. balta, fejsze), sia a BIL “fulmine, folgore” (magy. villám, lat fulmen/fulgor/fulgur).

La presenza della “scure” rituale nella cultura kingir/šumera non è un fenomeno singolare, ma una circostanza che ricorre in molte altre culture, come per esempio quella egizia, hurrita, hatti, ittita, etrusca, indù, ellenica o germanica. La “scure” BAL (etr. purѳ), magy., tur., mong., balta, ted. Beil) è simbolo solare delle divinità del cielo, espressione di potere, forza creatrice di pioggia, fulmine e tuono. Per dare un esempio, il dio del cielo e della tempesta hurrita Teshub (hatt. Taru, itt. luv. Tarhun, Tarhunt) nell’iconografia viene rappresentato con in mano un triplo “fulmine” e una “scure”, spesso bipenne,  o mazza ferrata. Questa rappresentazione simbolica ottiene pieno sostegno dalla parola-seme BIL del dizionario kingir/sumero che mostra una chiara connessione alla parola-seme BAL “scure”. BIL assieme ad IZI (L., D. s. no. 172) significano “fuoco; bruciare, bruciato”, BIL-GI “dio del fuoco” (fulmine ardente), BIL “nuovo”, IZI-AN-BIR “fenomeno luminoso” (cfr. magy. forr “bolle, ferve”, izzik “arde(re)”, izzó/forró por, pára “incandescente/bollente polvere, vapore”, villog – villámbrilla(re)/luccica(re) – fulmine”); GIBIL, L., D. s. no. 173, “restaurare, novità, nuovo, fresco”, GIBIL “mare di fiamme, cremazione”. Nell’abbagliante, bianco (< blanco) fulmine, che lo specchio, la superficie lacustre riflette, si manifesta l’abbattersi, il precipitarsi di forza celeste; è la rivelazione del grande spirito. Come i raggi solari, anche il fulmine, che è una fortissima scarica elettrica, feconda e nutre la terra. Attraverso i fulmini avviene il caricamento energetico; la terra viene caricata e in questo senso fertilizzata.

Wikipedia: Plinio il Vecchio, nel descriverci il leggendario mausoleo del sovrano chiama Porsenna non re di Chiusi ma “Re d’Etruria” ed, infine, nel riportare una storia etrusca secondo la quale un fulmine fu evocato da Porsenna per distruggere il mostro Olta che minacciava la città di Volsinii, indica Porsenna come re di Volsinii.

Tuttavia, Dionigi di Alicarnasso e Floro, indicano Porsenna (Lucumone della città di Chiusi) come re di tutta l’Etruria; non è quindi da escludersi che in tale veste Plinio il Vecchio lo abbia definito “re di Volsinii” (alleata o sottomessa a Chiusi) essendo quest’ultima una delle città dell’Etruria, di cui Porsenna era re, posta a breve distanza dalla potente Chiusi che in quel periodo fece tremare Roma, probabilmente conquistandola, come riferisce Tito Livio: Non unquam alias ante tantus terror senatum invasit, adeo valida res tum Clusina erat magnumque Porsennae nomen. Floro e Plutarco aggiungono che ciò avvenne con un grande esercito.

Tra tradizione e leggenda si narrano storie del Re. Plinio in Naturalis Historia XXXVI, narra: “… fu sepolto sotto la città di Chiusi … dentro questa base quadrata un labirinto inestricabile nel quale se qualcuno entrava, non poteva trovare l’uscita senza un gomitolo di filo …”

Le tradizioni toscane parlano del potente lucumone che, sentendo la morte arrivare, aveva fatto costruire un cocchio trainato da 12 cavalli tutto d’oro, così come una chioccia con cinquemila pulcini, anch’essi d’oro.

Le interpretazioni sono tante, anche se alcune hanno più credito di altre. I pulcini e la chioccia rappresentano la sua armata e le famiglie nobiliari che acquisivano il diritto di essere sepolti vicino al loro Re.

È verosimile, quindi, che la parte Porsenna del nome del sovrano etrusco sia accostata e/o derivata dall’idronimo-toponimo Velzna/Volsinii/Bolsena, dato che l’onorato e laureto personaggio Lars Porsenna era quel famoso condottiere cavaliere Lukumone/Lókemény ovvero “duro/risoluto/severo di/su cavallo” di Chiusi e re di tutta l’Etruria, chi, oltre a varie vittorie sui Romani, riuscì di vincere il mostro Olta/Uolta/Volta che minacciava di morte la città, con un “fulmine”.

Tutto sommato il nome del re etrusco Lars Porsenna trae la sua linfa dalla serie di elementi archetipici presentati in questa relazione. Egli è il “potente” re, “laureato” vincitore, grande “capo cavaliere” e “curatore di cavalli”, “onorato” con le sacre effigie “scure” e “fulmine”, che sono antichissimi simboli solari delle divinità celesti del temporale, del tuono e delle piogge come Teshub/Taru/Tarhun anatolico e Indra vedico.