La leggenda di Porsenna

 

La Storia

Il leggendario Porsenna è senza dubbio uno dei personaggi più celebri dell’affascinante mondo etrusco. Lo abbiamo conosciuto, forse senza amarlo, fin da bambini, quando frequentavamo le scuole elementari ed eravamo troppo piccoli per distinguere il vero dal falso. I nostri maestri, allora, lo abbinavano a Orazio Coclite, Muzio Scevola o Clelia, personaggi leggendari di Roma arcaica: per questo motivo probabilmente non era amato, ma sicuramente era stimato perché aveva dimostrato di apprezzare e riconoscere il valore, il coraggio e la lealtà sotto qualsiasi bandiera a prescindere dall’esercito al quale si appartiene.

Il grande lucumone etrusco, per di più, non è affatto una comparsa e non può essere ignorato dalla Storia: egli è stato il primo che sia riuscito a conquistare Roma. Analoga impresa riuscirà solo al gallo Brenno e al visigoto Alarico oltre un secolo dopo Porsenna, attorno al 400 a.C quando ormai della grande Roma non c’era che il ricordo.

Porsenna è un personaggio leggendario. Qualche storico lo identifica con l’altrettanto leggendario Mastarna che divenne re di Roma e cambiò il suo nome in Servio Tullio. Altri gli negano l’esistenza e ritengono che il suo nome non sia altro che la personificazione di una magistratura etrusca, il purthna, collegato al latino praetor. Ma se l’identificazione con Servio Tullio è ritenuta priva di fondamento storico dagli studiosi dell’Etruscologia moderna, per quanto riguarda l’identificazione Porsenna = Purthna è bene ricordare che all’epoca dei fatti il re etrusco non era certo il purth, ma il lucumone (dalla radice lauchme = regnare) che con la radice del nome Porsenna non ha molto a che fare.

Riconosciamo quindi a Porsenna la realtà storica sia come nome, sia come condottiero.

Siamo nel 509 a.C.. Il re di Roma, Tarquinio detto il Superbo, cacciato dalla città , si rivolge alle lucumonie dell’Etruria affinché lo aiutino a riconquistare il trono. Nessuno accoglie, però, il suo appello: a rifiutare ogni aiuto è soprattutto Veio, spesse volte attaccata dal battagliero vicino. A capire che non è il caso di trascurare le vicende romane è Larth Porsenna, il lucumone di Chiusi che muove verso Roma, probabilmente al comando di un esercito nazionale, essendo quell’anno il “re” della dodecapoli etrusca.

Porsenna assedia Roma, conquista la città e la disarma: gli episodi leggendari di Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clelia sono solo un postumo tentativo retorico di occultare la realtà storica. Il re etrusco non rimette sul trono il defenestrato Tarquinio, ma detta condizioni di pace assai dure. Impone il completo disarmo e divieto di uso del ferro eccetto che per la costruzione di strumenti agricoli, mentre, in segno di omaggio e di riconoscimento della potestà del vincitore, i romani devono offrire, oltre ad un trono d’avorio e una corona d’oro, un manto regale, uno scettro e dei calzari, veri simboli della regalità etrusca.

Vinta Roma, Porsenna si rivolge ad un altro obiettivo, forse addirittura più importante: ripristinare i collegamenti con la dodecapoli campana, bloccati via terra dai latini e via mare dalle navi di Cuma. Per questo motivo invia il figlio Arnth contro Ariccia, ostacolo lungo il cammino. Pur in condizioni numeriche inferiori, Arnth attacca con decisione ma quando già la città latina sta per cadere, il sopraggiungere di un corpo di spedizione greca inviata da Cuma capovolge il risultato: gli etruschi sono sconfitti e lo stesso Arnth trova la morte.

A questo punto non ha più senso per Porsenna restare lontano dalla sua città e quindi lascia il Lazio e si ritira a Chiusi per essere avvolto di nuovo dalla leggenda.

 

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