La via di Pio VI

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Il 22 febbraio del 1798 un fermento straordinario animava l’intera Comunità di S.Lorenzo Nuovo. Arrivava il Papa! Nessuno mai avrebbe potuto immaginare che un Pontefice sarebbe stato ospite in una casa del paese, ma, in quei tempi di eventi eccezionali l’inimmaginabile stava per verificarsi.
Una pattuglia di cavalieri francesi era arrivata in primo pomeriggio recando ordini per i Priori della Comunità: reperire un alloggio per la notte a Pio VI e al suo piccolo seguito in transito sulla Cassia verso Siena.
Tutti erano a conoscenza che per lo Stato Pontificio correvano brutti tempi; che un corpo di spedizione francese al comando del generale Berthier aveva invaso lo Stato della Chiesa e occupato Roma; ma chi poteva mai pensare che fosse fatto un oltraggio tanto grande alla persona dell’ottantenne Pontefice trascinandolo in pieno inverno verso ignota destinazione? C’era da rimanere sgomenti e tali restarono autorità, clero e tutti i paesani tra i quali la notizia si diffuse fulmineamente.
A questo punto, per comprendere meglio la situazione, è bene narrare brevemente gli antefatti.
Allo scoppio della rivoluzione francese, il papa Pio VI- Giannangelo Braschi- si trovò ad affrontare un gravissimo scontro ideologico e politico con i rivoluzionari dell’Assemblea Costituente di Parigi: totale era infatti il disaccordo del Pontefice sulle teorie religiose dell’”Essere Supremo, il Culto della Ragione e sugli atti politici eseguiti in campo sociale quali la soppressione delle decime a favore del Clero, la requisizione dei beni ecclesiastici, fino ad arrivare al provvedimento finale sulla Costituzione civile del Clero che assoggettava la Chiesa francese alla autorità rivoluzionaria dello Stato.
Pio VI, il 13 aprile 1791, con il Breve “ Cum populi” , dopo lunga esitazione, respinse tale provvedimento come eretico e sospese tutti i sacerdoti che nel frattempo avevano giurato obbedienza alle autorità civili. Per rappresaglia, lo Stato francese si impadronì dei feudi pontifici di Avignone e Venassimo, furono interrotti i rapporti diplomatici, si arrivò pure a bruciare l’effige del Pontefice durante una dimostrazione di protesta antipapale al Palais Royal (3 maggio 1791).
Il Nunzio pontificio abbandonò Parigi in tutta fretta.
Poi furono perseguitati i preti fedeli al Papa, abolite le Congregazioni religiose, massacrati infine mediante ghigliottina,nel gennaio 1792 a Parigi, circa 1.400 appartenenti al clero, detenuti alla Santè.
Seguirono le campagne militari in Italia, l’occupazione delle legazioni pontificie di Bologna, Ferrara e del Porto di Ancona, le depredazioni di opere d’arte, i continui tentativi di destabilizzare il potere temporale del Papa, con invio a Roma di emissari quali Ugo Basville e Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone.
Si arrivò così alla fatale notte romana del 28 Dicembre 1797.
Quella sera, a Trastevere, alcuni facinorosi capeggiati dallo scultore Seracchi e dal notaio Agretti- noti “ giacobini “- si riunirono per provocare tumulti contro il governo papale. Dal vicino palazzo Corsini scesero in strada Giuseppe Bonaparte, ambasciatore francese, Eugenio Beauharnais, e i generali francesi Arrighi e Carnet, nel tentativo di convincere gli scalmanati a disperdersi. Malauguratamente, in quel frangente sopraggiunse un reparto di fanteria pontificia e, nel parapiglia che ne seguì, un colpo di fucile raggiunse il generale Duphot, uccidendolo all’istante.
Il tragico incidente fu sfruttato immediatamente dal Direttorio di Parigi.
Il Gen.Berthier ricevette l’ordine di marciare su Roma, provocare l’allontanamento del Papa, instaurare un governo repubblicano. Il 10 febbraio 1798, proveniente da Ancona al comando di 10.000 uomini, si accampò a Monte Mario ed intimò al Governo Pontificio di :
consegnare Castel Santangelo; pagare entro un mese l’enorme somma di 4.000.000 di scudi; fornire 3.000 cavalli entro tre giorni, consegnare libri, manoscritti ed opere d’arte a scelta del richiedente; licenziare l’esercito; disarmare la popolazione; consegnare in ostaggio alcuni membri del governo; erigere monumenti riparatori nei luoghi dove erano stati uccisi Basville e Duphot; inviare una delegazione di scusa al Direttorio.Contemporaneamente alcuni incaricati di Berthier cercarono segretamente l’appoggio popolare per simulare una sollevazione di Roma a favore di un regime democratico e, il 15 febbraio, protetti da un reparto francese al comando di Murat, circa 300 persone si riunirono e dichiararono in un atto rogato da tre notai, che il popolo romano, stanco dell’oppressione papale, rivendicava il diritto di governarsi secondo i princìpi di libertà, giustizia e uguaglianza.
Presentato questo atto al riconoscimento del Pontefice, Pio VI dichiarò di non poter rinunciare ad un potere che gli veniva da Dio e che, inoltre, alla sua età (80 anni) non poteva aver nulla da temere.
Il Vaticano fu allora occupato, il 18 febbraio il commissario francese Haller intimò al Pontefice di lasciare Roma entro 48 ore, mentre i cardinali del Sacro Collegio non osarono minimamente protestare, anzi, 14 di essi parteciparono al solenne Te Deum di ringraziamento organizzato per consacrare il nuovo governo.
Si arrivò così al 20 mattina, allorché il Papa fu caricato in una carrozza con alcuni famigliari e costretto a partire alla volta di Siena. Prima tappa Monterosi, seconda Viterbo, il terzo giorno tra le mura di Palazzo Licca di S.Lorenzo Nuovo.
Per i Laurentini Pio VI non era un papa qualsiasi, era il fondatore del paese nuovo, delle case che essi abitavano da circa diciotto anni in un luogo salubre dove non si moriva più di malaria, e quindi avevano fondati motivi di gratitudine e di affetto riconoscente per soffrire delle sue vicende . Ricordavano che proprio il 22 febbraio era la ricorrenza della solenne consacrazione del papa, eletto il 15 febbraio 1775. Quale contrasto tra la gloria di quel giorno in S.Pietro gremita di cardinali, vescovi, nobili e diplomatici e l’avvilimento odierno in un paese agli estremi confini del Lazio, prigioniero di soldati stranieri ed esposto alla commiserazione, sia pure affettuosa, di poveri contadini stupefatti !
Fin dal primo pomeriggio la piazza, la bella piazza ottagonale progettata dall’architetto Francesco Navona e realizzata dal sovrintendente Filippo Prada, si cominciò a riempire di tutti i 560 abitanti di S.Lorenzo e di molti forestieri messi in qualche modo al corrente dell’evento.
Verso sera, preceduta e seguita dalla scorta dei dragoni francesi, che destarono qualche timore tra i presenti, apparve la carrozza del Papa il quale fu immediatamente fatto entrare nel portone del palazzotto destinato al suo ricovero per la notte. Niente solennità e ufficialità, solo sporadiche e brevi acclamazioni, lacrime di commozione e anche sentimenti di sdegno verso quei francesi sprezzanti e ignari del sentimento che legava questa popolazione a Pio VI.
Il buio ed il freddo della sera convinsero gran parte degli intervenuti a ritornare alle proprie abitazioni.
La mattina successiva, il Papa, dopo aver celebrato la messa nella cappellina del palazzo, riprese il suo faticoso viaggio verso Siena dove restò, nel convento degli Agostiniani, fino al 10 aprile 1799.
Fu quindi trasferito alla Certosa di S.Cassiano presso Firenze e poi il Direttorio, timoroso delle simpatie della popolazione verso il Pontefice, ordinò che fosse trasferito in Francia.
Dopo un estenuante viaggio, con brevi soggiorni a Parma, Torino, Briancon, arrivò a Valence-Drome, a nord di Avignone, e fu dichiarato prigioniero di stato.
Qui, consumato dai patimenti fisici e morali, morì il 29 agosto 1799. Fu sepolto nel cimitero di Valence in una cassa destinata ai poveri con su scritto “ Cittadino Giannangelo Braschi, in arte Papa” Fu l’unico Papa del XVIII secolo a morire in esilio. Nel 1802, Napoleone concesse di riportare a Roma la sua salma, tumulata con tutti gli onori nelle Grotte Vaticane.
Nel 1822 il Canova scolpì ed istallò nell’altare della confessione della basilica di S. Pietro il famosissimo monumento a Pio VI orante.
Il ricordo della visita di questo Papa rimase così vivo tra la popolazione che, in occasione del 150 ° anno della fondazione del paese, fu apposta una lapide commemorativa sulla facciata del palazzo
dove egli trascorse la terza notte della sua lunghissima ultima via.

Silvio Verrucci

(da “La Loggetta”, anno XII, n°3/4.)