Gli Etruschi a San Lorenzo Nuovo

Siamo lieti di ringraziare il Dott. Enrico Pellegrini per il gentilissimo contributo che ha deciso di apportare alla creazione di questo sito pubblicando quanto segue. More »

Brevi cenni su San Lorenzo Nuovo e i suoi siti

San Lorenzo Nuovo viene fondato in epoca più recente rispetto agli altri comuni confinanti, in quanto è grazie all’intervento di Papa Clemente XIV prima, e Pio VI poi, che nasce il nuovo centro abitato di San Lorenzo. More »

Tempio di Monte Landro: inizia la nuova campagna scavi 2014!

Da lunedì 23 Giugno 2014, insieme ai ragazzi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e alla Sovrintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale, sotto la direzione del Prof. Adriano Maggiani, riprendono le attività di scavo sul Monte Landro. More »

 

San Giovanni in Val di Lago

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La chiesa di San Giovanni in Val di Lago fu eretta tra il 1563 e il 1590 sui resti dell’antica chiesa già dedicata a San Giovanni Battista, ad opera dell’architetto Pietro Tartarino, progettista della cattedrale di Montefiascone, che aveva acquisito precedenti esperienze sotto la guida dell’architetto Alberto da Sangallo. Il progetto della chiesa ottagonale si ispira all’impianto delle chiese a pianta centrale, delle quali esistono interessanti esempi nei vicini centri di Montefiascone ed Orvieto e, ad opera di Antonio da Sangallo il giovane, nell’isola Bisentina. L’edificio è costituito da un corpo di forma ottagonale…

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INIZIO LAVORI A MONTE LANDRO

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INFORMIAMO TUTTI GLI ISCRITTI DEL GRUPPO ARCHEOLOGICO TURAN CHE IL 21 GIUGNO INIZIERÁ LA CAMPAGNA DI SCAVO AL TEMPIO DI MONTE LANDRO. DATA FINE LAVORI 3 AGOSTO.

VI ASPETTIAMO NUMEROSI!!!

Escursione al Tempio di Monte Landro – 14 giugno 2015

IL GRUPPO ARCHEOLOGICO TURAN VI INVITA DOMENICA 14 GIUGNO ALLA SECONDA PASSEGGIATA CON ESCURSIONE AGLI SCAVI DEL TEMPIO DI MONTE LANDRO.

QUOTA DI PARTECIPAZIONE: 12 EURO – PRANZO INCLUSO

PARTENZA DA PIAZZA EUROPA ALLE ORE 10

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La leggenda di Porsenna

Lars Porsenna è stato un lucumone etrusco, della città di Chiusi passato alla storia per il suo intervento militare contro Roma, secondo la tradizione, in supporto del re Tarquinio il Superbo che era stato estromesso dal potere dalla proclamazione della repubblica. Non esistono date certe per il suo regno ma la tradizione romana lo pone intorno alla fine del VI secolo a.C.. 

In quel periodo Roma si trovava in una fase di transizione verso la repubblica, Tarquinio il Superbo era stato cacciato dalla popolazione a causa dei continui abusi di potere, violenze e cattiva amministrazione. Esiliato, chiese appoggio a Porsenna che non esitò a muovere guerra contro Roma. Secondo la leggenda romana, assediò Roma, ma, pieno di ammirazione per gli atti di valore di Orazio Coclite, di Muzio Scevola e di Clelia, desistette dal conquistarla, ritornando a Chiusi. La leggenda è stata probabilmente creata ad arte dagli storici romani dell’età imperiale, Tito Livio e Tacito, per nascondere la disfatta romana contro gli etruschi di Porsenna; infatti secondo un’altra versione, egli invece occupò Roma e la dominò a lungo, secondo molti storiografi, il lucumone etrusco, pur non infierendo, costrinse la città a scendere a patti e non riconsegnò il trono a Tarquinio. Da Plutarco veniamo a sapere che a Porsenna fu eretta una statua di rame in prossimità del senato e che la città dovette pagare decime per molti anni. Anche Plinio il Vecchio lascia intendere. Gli accordi di pace furono in ogni modo molto favorevoli alla città, che poté mantenere il suo ordinamento repubblicano, ottenere la liberazione degli ostaggi e del Gianicolo in precedenza occupato dalle truppe etrusche.che Porsenna proibì ai Romani l’uso del ferro se non in agricoltura. Nonostante la tradizione ci presenti Porsenna come re di Chiusi, ci sono, però, elementi che portano a ritenere che quest’ultimo probabilmente agì anche per conto di altre città etrusche alleate o sottomesse: ciò del resto renderebbe più facilmente conto del perché Tarquinio il Superbo, dopo il vano tentativo di riconquista del trono della città capitolina con l’aiuto di Veio e Tarquinia, si sia rivolto a Porsenna e quest’ultimo sia invece riuscito a sconfiggere e a dominare Roma per lungo tempo. Le parole di Livio “Mai prima il Senato aveva provato un panico simile, tante erano allora la potenza di Chiusi e la fama di Porsenna”, in effetti, farebbero pensare ad un esercito particolarmente numeroso e ben armato del quale dovevano far parte, oltre alle truppe di Chiusi, anche soldati provenienti da altre città etrusche. Livio, inoltre, ci riferisce che Porsenna, con il trattato di pace, ottenne dai romani che fosse restituito il territorio che era stato preso ai Veienti. Plinio il Vecchio, nel descriverci il leggendario mausoleo del sovrano chiama Porsenna non re di Chiusi ma “Re d’Etruria” ed, infine, nel riportare una storia etrusca secondo la quale un fulmine fu evocato da Porsenna per distruggere il mostro Olta che minacciava la città diVolsinii, indica Porsenna come re di Volsinii. Anche l’epigrafia sembrerebbe suggerire un rapporto tra Porsenna e Volsinii. È stato infatti evidenziato da Giovanni Colonna che il nomendel re, ricostruibile come Pursenas o Purzenas, è un nome finora non attestato e che solo a Volsinii riscontriamo in età arcaica il nome proprio di persona Purze dal quale esso è stato derivato, con l’intervento del suffisso aggettivale –na, normale formatore di patronimici.

MUSONIO RUFO

Gaio Musonio Rufo è stato un filosofo romano. Sulla sua vita si posseggono poche notizie certe. È noto che nacque a Volsinii, corrispondente all’odierna Bolsena, in Etruria, che fu cavaliere e visse nel I secolo d.C., all’incirca tra il 30 e il 100. Fra il 55 e il 60 fu a capo a Roma di un circolo filosofico-letterario e si dedicò anche alla politica, con idee abbastanza tradizionali e moderate. Fece parte del gruppo creatosi intorno a Rubellio Plauto, giovane discendente della famiglia Giulia. Quando questo nel 60 fu allontanato da Roma in via precauzionale da Nerone, Musonio lo seguì in Asia; sappiamo che due anni dopo giunse l’ordine dell’imperatore di eliminare Rubellio Plauto. Musonio ritornò a Roma, ma nel 65, in concomitanza della congiura pisoniana venne mandato in esilio nell’isola di Gyaros, inospitale e rocciosa nel Mar Egeo. Rientrato dopo la morte dell’imperatore, riuscì a guadagnarsi la stima di Vespasiano evitando la cacciata dei filosofi del 71. Ci fu però un secondo esilio intorno all’80. Dopo il suo rientro a Roma, voluto da Tito, le fonti tacciono. Da un’epistola di Plinio, dell’inizio del II secolo, si apprende che egli non è più in vita. Il suo discepolo più importante fu Epitteto, probabilmente a Roma. Un suo discendente fu il poeta Postumio Rufio Festo Avienio (seconda metà del IV secolo).

Opere

Il suo insegnamento fu svolto in greco: si ricordi che in quel periodo ogni romano istruito conosceva il latino e il greco e che, comunque, quest’ultima era la lingua della filosofia. Probabilmente volutamente, sull’esempio di Socrate e come farà anche il discepolo Epitteto, non lasciò nulla di scritto. I principi della sua predicazione filosofica si ricavano da una raccolta di diatribe dovuta a un discepolo di nome Lucio, il quale probabilmente ebbe modo di ascoltarne le lezioni per un tempo abbastanza lungo. Alcune delle Diatribe di Gaio Musonio Rufo sono conservate nell’Antologia di Giovanni Stobeo (V secolo). È andata perduta l’opera di un altro discepolo, forse il Valerio Pollione precettore di Marco Aurelio. Lo stile delle diatribe è semplice, in genere viene posta una questione iniziale, poi sviluppata con chiarezza durante il testo. Secondo quanto riporta Lucio, Musonio parlava spesso in modo figurato, usando metafore e similitudini (spesso sfrutta il paragone con il medico, alcune volte intervengono immagini di animali). Questa caratteristica si adatta bene alla sua personalità e al suo tipo di insegnamento, tutto rivolto alla schiettezza della vita.

PIO VI – GIOVANNI BRASCHI

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Angelo Onofrio Melchiorre Natale Giovanni Antonio Braschi nacque a Cesena il 25 dicembre 1717, figlio primogenito del conte Marco Aurelio Tommaso Braschi e della contessa Anna Teresa Bandi. Suoi fratelli e sorelle furono Felice Silvestro, Giulia Francesca, Cornelio Francesco, Maria Olimpia (poi monaca), Anna Maria Costanza, Giuseppe Luigi e Maria Lucia Margherita. Egli venne battezzato il giorno stesso della sua nascita da padre Tommaso Mustioli, vice parroco della cattedrale di Cesena, e suoi padrini furono il conte Fabio Locatelli e la contessa Bianchini Fantaguzzi.

Avviato alla carriera ecclesiastica, dal 1727 entrò nel collegio dei gesuiti di Cesena e, dopo aver conseguito il dottorato in utroque iure presso l’Università di Cesena il 20 aprile 1735, entrò a far parte del Collegio dei venti giuristi della città. Si trasferì quindi all’Università di Ferrara ove completò i suoi studi giuridici sotto la guida dello zio, il cardinale Giovanni Carlo Bandi.

La carriera nella curia romana

Fu durante questo periodo che egli divenne segretario personale del cardinale Ruffo, divenendone anche conclavista nel 1740 e venendo chiamato a rappresentarlo come uditore nei suoi vescovati di Ostia e Velletri sino al 1753, prendendo residenza in quest’ultima città. Per la sua organizzazione della difesa della città di Velletri durante la battaglia che qui ebbe luogo l’11 agosto 1744 tra forze austriache e napoletane nell’ambito della Guerra di Successione austriaca, il re Carlo VII di Napoli (quindici anni dopo divenne re di Spagna col nome di Carlo III di Spagna), intrattenne con lui ottime relazioni che serviranno al giovane Braschi una volta eletto al soglio pontificio. Nel 1746 il pontefice Benedetto XIV lo inviò a Napoli per risolvere dei conflitti giurisdizionale sorti tra Roma e il regno del sud per i tribunali vescovili: la missione ebbe successo ed egli riuscì ad ottenere le dimissioni dell’arcivescovo di Napoli, il cardinale Giuseppe Spinelli, venendo nominato come ricompensa al rango di monsignore col titolo di cappellano privato di Sua Santità, entrando così a far parte della prelatura romana. Dopo la morte del cardinale Ruffo il 16 febbraio 1753 il papa Benedetto XIV, stimandolo moltissimo, lo nominò suo segretario e canonico di San Pietro dal 17 gennaio 1755.

Fu solo nel 1758 che Braschi venne ordinato sacerdote ed in quello stesso anno papa Clemente XIII lo nominò prelato domestico di sua santità nonché Referendario dei Tribunali della Signatura Apostolica di Grazia e Giustizia dal 14 settembre. Nel settembre del 1759 venne nominato uditore civile e segretario del cardinale camerlengo Carlo Rezzonico, nipote di papa Clemente XIII, venendo introdotto dal 1762 come consultore del Sacro Collegio dell’Indice. Uditore generale e decano del sacro collegio dei cardinali per la diocesi di Velletri dal 1765, il 22 settembre 1766 venne nominato tesoriere della Camera apostolica, ottenendo nell’ottobre dell’anno successivo il titolo di Abate commendatario di Santa Maria di Valdiponte presso Perugia. Avendo il Braschi acquisito una notevole fortuna e molti contatti importanti, molti si sentirono danneggiati dalle avvedute economie da lui realizzate, tanto da indurre Clemente XIV a promuoverlo cardinale del titolo di Sant’Onofrio il 26 aprile 1773, riuscendo a renderlo temporaneamente inoffensivo. Tale nomina fu anche fortemente voluta dai Borbone di Napoli che tenevano in grande considerazione il prelato.

Conferenza di Don Ugo Falesiedi – 9 Maggio 2015

Vi aspettiamo il 9 Maggio alle ore 18 presso la sala consiliare del nostro comune per assistere ad una interessante conferenza sui SIMBOLI PALEOCRISTIANI NELLE CATACOMBE DI ROMA, tenuta da Don Ugo Falesiedi, parroco di San Lorenzo Nuovo.

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Strade etrusche nel territorio a occidente del lago di Bolsena

Focalizziamo l’attenzione su tutto il sistema viario etrusco per comprendere come era organizzata, dal punto di vista delle comunicazioni, tutta l’area ad ovest del lago di Bolsena.

- Una strada collegava Tuscania, Pitigliano e Sovana.
Dallo studio danese di Poulsen – Saxtorph – Skydsgaard, del 1977 e dalla Forma Italiae di Tuscania (Gigli Quilici,1970), si ricava il tracciato che da Tuscania, attraverso Fontanile di Montefiascone e Casale Ittari raggiungeva l’attuale provinciale per Piansano all’altezza di Casale Zenti. Nei pressi di Casale Itteri sono stati rinvenuti resti di una strada basolata e di un ponte romano. Altri tratti di lastricato sono emersi in località La Fonte e verso Monte Martello. Inoltre nei pressi di Piansano è localizzato il Pagus di Poggio Metino dove è stata rinvenuta un’epigrafe di Titus Aftorius. Da Monte Martello a Valentano il tracciato coincide quasi con quello della moderna provinciale. Da Valentano la strada passava per il pagus di Monte Rosso e per la zona di Casale Sconfitta passando per la zona di Santa Lucia ricca di presenze romane e quindi raggiunge Pitigliano passando per il pagus della Grascia.

- Un’ strada collegava Tuscania con Valentano e Latera.
Per il primo tratto la strada coincide con quella esposta precedentemente. Da Valentano la strada proseguiva per Madonna dei Preti – San Martino, sede di un Pagus romano, raggiungendo poi Latera. Questo tracciato è ricco di presenze di età imperiale ed assume, a giudicare dal suo popolamento, un’importanza notevole nel II e nel III sec. d.C..
Alcuni studiosi avevano ipotizzato uno spostamento della Clodia su questa linea, proprio in virtù dei numerosi ritrovamenti romano – imperiali della zona; tale ipotesi però sembra priva di fondamento.

- Una strada portava da Latera a Castro passando per Poggio Luce e Farnese. Il tracciato corrisponde quasi per tutto il percorso a quello indicato dalla tavoletta dell’ IGM e riportato dalle tavole cartografiche del ‘600 e del ‘700. Da Latera la strada seguiva il percorso della provinciale per Valentano. Arrivata al pagus di San Martino, il tracciato si dirigeva verso Poggio Luce e Molino d’Ischia fino al convento dei Cappuccini di Farnese. Da qui la strada seguiva il tracciato corrispondente a quello dell’attuale provinciale per Manciano fino alla chiesa di Sant’Amico da dove seguiva un percorso antico noto già nel ‘500 e nel ‘600 con il nome di via del Calabrone fra Farnese e Castro ed oggi appena riconoscibile in una strada interpoderale sulla tavoletta IGM.

Bagnorea nel settembre 1856

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L’alimentazione nell’Italia Antica – Usi e rituale del banchetto funebre in Etruria

 

Già in epoca romana era un luogo comune descrivere gli Etruschi come amanti del lusso e delle forme di ostentazione, intendendo il momento in cui le aristocrazie etrusche assumevano uno stile di vita analogo a quello degli Ioni dell’Asia (VI sec. a. C.). I romani definivano addirittura gli etruschi “schiavi del ventre” (gastriduloi), tanto che era popolare l’immagine dell’Etrusco obeso (Etruscus obesus) diffusa da Catullo, ma, non si deve dimenticare che nella cultura antica l’individuo “grasso” era colui che poteva permettersi di diventarlo, cioè era simbolo di una condizione sociale legata alla ricchezza ed al potere.

Il banchetto o comunque il simposio è un tema che si ripete spesso nell’ iconografia del mondo etrusco, basti pensare alla tipica disposizione conviviale delle banchine funebri nelle tombe a camera ipogeica dell’Etruria meridionale, o alle famose immagini di banchettanti su letti (klinai) delle tombe dipinte tarquiniesi (ad es. la tomba della Caccia e Pesca, la tomba della Nave, la tomba dei Leopardi, la tomba della Pulcella ecc.). Anche nel periodo ellenistico, la grande diffusione dei sarcofagi con figura umana semisdraiata mostra personaggi riccamente abbigliati, in atteggiamento di banchettanti.

Il banchetto presso gli Etruschi va oltre il semplice concetto di nutrimento, esso è connesso alla religione ed al culto dei morti, ma è anche un’occasione per mostrare lo status del defunto e sicuramente, la ritualità connessa al convivio è probabile che diventasse anche un’occasione sociale e doveva essere episodio costante nei rituali festivi.

Nelle tombe più antiche le scene di banchetto sono composte esclusivamente da commensali di sesso maschile; solo dopo il 500 a. C. si ammette anche la donna al rito del simposio, legato più che altro al consumo del vino, mentre i servitori lo distribuiscono tra musici, danzatori e gare ginniche.

Dal punto di vista dell’arredo sono attestati nei simposi non solo i tavolini piuttosto bassi davanti ad ogni banchettante (trapeza), ma anche una sorta di tavolo di servizio (kylikeion) dove venivano disposti vasi legati alla mescita del vino.